L'epoca confonde l'attaccamento con la vitalità. Tratta l'uomo profondamente investito negli esiti dell'ordine presente come l'uomo dell'energia e dell'adesione. L'individuo differenziato sa che un attaccamento di quel genere è una forma di cattura. Quanto più l'uomo si identifica con le forme temporanee dell'epoca, tanto più completamente viene dissolto quando quelle forme si spostano o crollano. Il distacco è il rifiuto di quella identificazione.
Questo distacco è attivo. È l'esercizio continuo della capacità di tenersi a parte dalle pretese dell'ambiente restando operante al suo interno. L'uomo compie i compiti richiesti. Padroneggia gli strumenti necessari. Si muove con le forze con cui è necessario muoversi. Attraverso tutto questo resta colui che non è definito dalla prestazione né dalle forze. Quel restare è la forza.
Senza distacco l'uomo è vulnerabile a ogni accelerazione e a ogni inversione della corrente. L'umore, il senso dello scopo, l'identità stessa salgono e scendono con le condizioni circostanti. Con il distacco diventa capace di una presenza sostenuta attraverso quei cambiamenti. La presenza è ciò che manca all'epoca e ciò che il tipo superiore ancora esige.
La coltivazione del distacco è dunque uno dei compiti pratici centrali della fase. Si esercita nel rifiuto di certi piaceri dell'identificazione, nell'accettazione di certi costi del non-appartenere, nel ritorno fermo al centro quando la trazione del collettivo si fa forte. L'uomo che ha formato questa capacità può cavalcare la tigre fino alla fine della fase e oltre. Chi non l'ha formata sarà scagliato molto prima della fine.