L'epoca misura la vittoria con la scala, con i numeri, con il potere visibile, con la capacità di imporre una forma al collettivo. Secondo quelle misure l'individuo differenziato è sconfitto in anticipo. Non comanda eserciti né istituzioni. Non inverte il ciclo. La vittoria che gli resta è di un altro ordine. È l'esistenza continuata di un tipo d'uomo che ancora incarna la misura verticale in un mondo che l'ha abbandonata.
Questa vittoria rifiuta il teatro. Non esige riconoscimento. Si registra nella costanza degli atti dell'uomo, nella chiarezza della sua discriminazione, nel fatto che resta in piedi quando le forme circostanti sono crollate nella fluidità. L'epoca può non accorgersene. Il ciclo stesso registra la differenza. Qualcosa di superiore è stato sottratto alla dissoluzione.
I giovani uomini che cercano vittorie più vaste e più drammatiche abbandonano spesso l'unica vittoria che è ancora aperta. Attendono un movimento, una restaurazione, una svolta visibile. Nell'attesa la formazione del tipo viene trascurata. Quando l'occasione più ampia non arriva restano senza la vittoria esteriore e senza quella interiore. L'ordine giusto è l'inverso. Il tipo si forma prima. Tutto il resto è secondario e può non apparire mai.
La conservazione del tipo è dunque il fine pratico dell'intera sequenza che ha condotto a questo giorno. Orientamento, diagnosi, recupero dei principi tradizionali, formazione dell'individuo differenziato, atteggiamento di chi cavalca la tigre: tutto questo serve il solo fine di tenere viva una possibilità superiore in forma umana concreta. Quel fine è sufficiente. È l'unico fine che non dipende dalla collaborazione dell'epoca.