L'autorità nel senso della Tradizione non fu mai soltanto la capacità di costringere all'obbedienza. Era la presenza visibile di un principio che stava sopra l'individuo e sopra la collettività. Il re, il capo guerriero, il sacerdote o il capo di una stirpe portavano un'autorità qualitativa. Essa derivava da un contatto con qualcosa di più alto, e perciò esigeva un riconoscimento libero, non un calcolo della forza.
Il processo moderno ha sostituito questa forma di autorità con il potere tecnico e con la negoziazione continua del consenso. I capi sono amministratori. La loro legittimità si misura sui consensi, sul rendimento economico o sulla capacità di mantenere la pace sociale. La dimensione superiore è scomparsa dal vocabolario politico e sociale.
Il giovane che sente ancora il bisogno di una vera autorità trova che l'epoca gli offre soltanto sostituti. Gli si chiede di fidarsi dell'esperto, della maggioranza o della personalità carismatica del momento. Nessuno di questi può soddisfare l'esigenza di un principio che non sia esso stesso soggetto a revisione.
Il recupero del senso della vera autorità comincia nell'individuo. L'uomo che sa riconoscere una misura superiore e vincolarsi ad essa ha già restaurato, in sé, la condizione che l'epoca ha abolito. Da quella restaurazione interiore diventa possibile un altro rapporto con l'autorità esterna.