La rottura con il passato non è soltanto un evento storico. È un orientamento continuo. A ogni generazione si insegna che il proprio compito è liberarsi dalle forme, dalle autorità e dagli standard di chi è venuto prima. La continuità viene reinterpretata come stagnazione. L'eredità viene trattata come limitazione. Il risultato è una cultura che vive soltanto al presente e che si misura dalla velocità della propria autocancellazione.
Le civiltà tradizionali si comprendevano come anelli di una catena tesa all'indietro verso origini più che umane. Il passato non era un museo. Era una fonte viva di forma e di legittimità. Quando quella relazione viene recisa, il presente diventa assoluto e perciò vuoto. Nulla sta sopra le decisioni del momento.
I giovani vengono formati dentro questa rottura. Il racconto ufficiale dell'educazione è il racconto di una liberazione progressiva dai vincoli ancestrali. Il costo è la perdita di ogni standard che non sia generato dalla generazione corrente stessa. Quando quella generazione si stanca o si confonde, non resta nulla a cui appoggiarsi.
Il recupero non consiste nell'imitazione meccanica degli stili precedenti. Consiste nel recupero del senso di stare dentro un ordine più lungo, e nel riconoscimento che la propria formazione risponde a qualcosa che precede l'epoca presente. Quel senso è l'inizio di una relazione reale con il passato.